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L'Unità e la pubblicità nascosta

di Marco Confalonieri e Athos Gualazzi

Da un quotidiano autorevole qual'è “L'Unità” non ci saremmo mai aspettati una pubblicità nascosta quale risulta l'articolo “Download illegale, emergenza italiana”. Inquadriamo innanzi tutto chi ha ispirato l'articolo : Univideo, si tratta di una associazione, autrice del D.d.L. Carlucci tanto per chiarire, sostanzialmente intermediaria, che dichiara sul suo sito di rappresentare :

“    Editori Audiovisivi – Imprese che acquisiscono o producono contenuti e opere audiovisive e ne curano la commercializzazione. •    Duplicatori/replicatori – Imprese che trasformano in supporti audiovisivi le materie prime e confezionano il prodotto finito. •    Imprese tecniche e di post-produzione – Imprese specializzate nella realizzazione dei semilavorati e dei contributi audio-video addizionali. In buona misura quindi un settore che la Rete, per la sua struttura, rende pressoché inutile, come sono ormai inutili le videoteche con le cassette in VHS. Si tratta di un settore che deve offrire, per sopravvivere, un valore aggiunto rispetto ai contenuti dell'opera, alla stregua di un editore di libri deve fornire una buona rilegatura, impaginazione ecc. e non solo il contenuto se vuole vendere. Siamo rimasti allibiti di fronte alla partigianeria con cui l'autore dell'articolo affronta la questione del cosiddetto "download illegale". Assicuriamo l'autore che non siamo preoccupati per il futuro dell'industria dell'intrattenimento in quanto è stato ampiamente dimostrato che il comparto è in costante aumento mentre alcuni settori risentono ampiamente dello spostamento dei consumatori in settori limitrofi, una prova per tutte il calo delle vendite di CD musicali a fronte di un incremento eccezionale delle suonerie. I dirigenti del settore musicale infatti stanno costantemente dando prova di non essere in grado di cogliere le potenzialità che il mondo digitale può offrire, continuando a basarsi su un modello di business reso ormai obsoleto dalla "rivoluzione digitale" e che, senza cambi di rotta, li condurrà inevitabilmente al declino. Leggendo i lamenti di alcuni dirigenti si ha l'impressione di sentire uno scrivano lamentarsi della scolarizzazione di massa. Detto questo, vorremmo sfatare un altro mito: scaricare materiale audiovisivo dalla rete non è, in sé, qualificabile come reato di alcun tipo. Esiste infatti, ed è in continuo aumento, un'ampia disponibilità di materiale rilasciato con licenze Creative Commons, liberamente scaricabile per espressa autorizzazione dell'autore. Quindi restringiamo il campo al solo scambio di materiale protetto da copyright restrittivi. Un luogo comune ossessivamente ripetuto dall'industria dell'audiovisivo fino a farlo sembrare vero è che a ogni download di un file contenente un film o una canzone corrisponda un mancato acquisto. Questo è palesemente falso se si tiene conto che ai vertici delle classifiche ci sono le medesime opere, le classifiche dei più scaricati e le classifiche dei botteghini danno gli stessi titoli. Nonostante la crisi l'aumento delle vendite al botteghino è in perenne crescita se pur con fasi alterne e questo dimostrerebbe che se è vero che aumentano sia chi va al cinema sia chi scarica non si può che desumere che le due cose siano in sinergia. Vorremmo inoltre invitare l'autore a non preoccuparsi per la sicurezza informatica legata ai file audiovisivi. La più grande minaccia degli ultimi 5 anni alla sicurezza dei fruitori di file multimediali si trovava infatti sui CD venduti da Sony BMG sotto forma di sistema per la protezione da copia, che includeva un programma (classificato come "rootkit" dagli esperti) che permetteva la manipolazione del computer dell'utente da parte di ignoti. En passant, tale programma includeva pezzi di altri programmi inclusi senza l'accordo dei loro autori e in totale disprezzo della loro licenza d'uso, a dimostrazione che questi signori predicano bene e razzolano male. E' di questi giorni la denuncia in Canada che per oltre vent'anni Sony BMG, EMI Music, Universal Music e Warner Music hanno piratato le canzoni degli artisti musicali più noti, da Beyonce a Bruce Springsteen passando per il grande jazzista Chet Baker, lucrando sul loro lavoro senza corrispondere un soldo dei diritti d'autore dovuti. La banda ha già ammesso la propria colpevolezza, e in tribunale rischia una condanna che prevede un risarcimento di almeno 3,8 miliardi di euro. Per quanto riguarda la conclusione, ci permettiamo nuovamente di dissentire. Intanto, come abbiamo detto in apertura, il danno maggiore è provocato proprio dall'industria stessa, che tratta sia i clienti che gli autori, a seconda delle occasioni, come ladri o come vacche da mungere. Abbiamo già citato che i dati contrastano fortemente con le conclusioni dell'industria sugli effetti della pirateria (senza contare che non ci è ancora capitato di vedere attori o registi hollywoodiani chiedere la carità ai bordi delle strade). Quello che infastidisce l'industria dell'audiovisivo, in realtà, è il non poter controllare la diffusione delle opere tant'è che il sistema di protezione da copia per i DVD non ha tanto lo scopo di impedirne la copia (da bit a bit è sempre possibile), ma di impedire il mercato parallelo degli stessi: in India vengono diffusi DVD in lingua inglese come nel Regno Unito, ma essendo in zone diverse, hanno una chiave di codifica differente, impedendo così un mercato legale parallelo di import/ export (in India il costo dei DVD per l'utente finale è nettamente inferiore a quello preteso in Europa) che impedirebbe alle case discografiche di fissare i prezzi in regime di totale monopolio.

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